| Appena i torelli avevano raggiunto i due anni di
età, venivano catturati a soga (col laccio), nei recinti detti baciìllis,
si aggiogavano con robusti buoi dòmiti e si conducevano in paese,
dove avveniva la domatura graduale, fatta di pazienza, abilità, tecnica
sperimentata, con una serie di espedienti, nel quadro di una ritualità
tradizionale che però dava ottimi risultati. Innanzi tutto correva grande
attenzione nella formazione della coppia da giogare, e su giù in
quanto i due giovani bovini dovevano essere quasi uguali nella statura,
nella robustezza, nella curvatura delle corna e, possibilmente, nel manto.
Il più possente si aggiogava a sinistra (su oi maccòsu) mentre il
più debole andava a destra (boi de ordinàgus), cioè bue sul
quale si appoggiavano le redini. Poi bisognava osservare e rispettare
tante usanze zoetnografiche, veri e propri tabù da non infrangere, come,
ad esempio, il nodo intorno all'orecchia interna mai fatto la prima volta
in presenza di donne, la scelta del nome, la magia dei richiami, la
modulazione del fischio durante l'abbeveratura e tanti altri accorgimenti
che talvolta erano segreti del mestiere.
Nella prima fase della domatura, dopo alcune ore di legatura al
palo, per abituarli alla disciplina domestica, i torelli venivano guidati
lungo una stretta strada campestre aggiogati separatamente ai vecchi buoi
da carro, poi venivano aggiogati in coppia, quindi spinti a trainare
lunghe ramaglie di frasca, su tragu, poi una massiccia pietra da
trebbiatura fissata ad una robusta catena di acciaio ed infine abituati a
trascinare il carro agricolo dalle ruote pesantemente cerchiate di ferro
ed infine a sapere avanzare con l'aratro di legno col vomere di metallo
appuntito. Erano operazioni graduali, insistenti, efficaci.
Ancora oggi corre la fama di bravi domatori di bovini che, in una
decina di giorni di lavoro ad alto livello, riuscivano ad ammansire e ad
addestrare anche selvaggi torelli da corrida. La gente ricorda i Serra,
sopratutto Luisu e Arrafièli Serra; Silvino Melis; i fratelli Làconi;
Bernardo Oliànas; Daniele Lai; Bernardino Muceli; Giuseppino Loi (de
Orcoliosu;) i fratelli Puddu (de Pista su pei), Luisu, Mungigu, Vissenti e
Severinu; Valentino Olianas (Pisca bruvura) e tanti altri, la cui
maestria era conosciuta e apprezzata anche da allevatori di altri paesi
che richiedevano sempre i domatori di Esterzili. Anche nelle altre
operazioni zootecniche un tempo gli Esterzilesi inclinavano alle
costumanze barbariche tradizionali eseguendo, ad esempio la castrazione
dei tori, stalloni, caproni e arieti con magli di legno tenero di fico con
la corteccia verde o con l'accostamento sulle ghiandole di due piastre di
ferro arroventate. Recentemente questa operazione si sapeva praticare con
le tenaglie a scatto o con l'asportazione chirurgica che i buoni
allevatori sapevano compiere con precisione.
Per impedire che il bestiame grosso si allontanasse dai limiti del
pascolo o che scavalcasse con salti le muricce a secco o le siepi dei
terreni cintati, si usavano pastoie di pelle robusta o di corda (is
trobèas) oppure pastoie d'acciaio con un congegno di chiusura a
chiave (is travas) anche in previsione di furti e, per impedire
salti di ostacoli o funzioni di accoppiamento ai tori ed agli stalloni, al
garretto di una zampa anteriore si fissava un pesante pezzo di ramo
biforcuto (sa furca), che in pratica, ostacolava la bestia negli
slanci. In autunno e d'inverno tutti gli animali venivano assistiti nel
pascolo con la distribuzione di frasche di rovere, leccio, erica o di
altri arbusti (sa fròngia), in aggiunta a ciò che si trovava in
natura talvolta, quando si voleva che la bestia pascolasse entro una area
ristretta ben delimitata, si legava con una lunga fune ad una zampa
posteriore e così lo spazio pascolativo era determinato (ammindài unu
pegus).
Per svezzare dall'allattamento materno il puledrino, si adoperava una
specie di capestro a punte aguzze intorno al muso, in modo che la cavalla
lo allontanasse dopo la molestia. Per svezzare il vitello si usava una una
tavoletta rettangolare sagomata, attaccata alle narici, in modo che
impedisse l'accostamento delle labbra ai capezzoli della mucca, ma
lasciasse libero il lattonzolo di brucare l'erba. |