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Le opere e i giorni del pastore di
Esterzili
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Oltre che su un'agricoltura primordiale, sul taglio dei radi
boschi superstiti e sulle modeste attività artigianali, la magra economia
del paese si basava sulla pastorizia tradizionale, con numerosi greggi di
pecore e di capre Is Tallus o is Ereis di Erbeis e Crabas.
Al gregge, di solito, provvedeva direttamente il proprietario delle
bestie, oppure costui assumeva un servo pastore, su serbidori, mentre
alla degli agnelloni e dei capretti da allevare, nei mesi primaverili e
d'estate, doveva badare un ragazzotto, s'angionarxu, o su
crabittarxu, il quale svolgeva anche le mansioni più umili
negli ovili. |
| Nel periodo di piena produzione del latte il
gregge veniva diviso in due branchi. Quello più numeroso dalle pecore e
delle capre che avevano figliato ( e che quindi si dovevano mungere tutti
i giorni) era detto "su mardiedu", cioè il complesso
delle madri; mentre il gruppo ristretto delle bestie lunatiche (lunadas)
o sterili o che non avevano partorito e che pertanto non davano alcun
frutto si chiamava su 'argadìu, ossia animali privi di prole, in
quanto non si erano accoppiati. |
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L'ovile del pecoraio esterzilese, su coili, era
spoglio, ridotto all'essenziale, costituito da un recinto di rami e di
frasche o di pietre disposte a muro secco, sa corti, da una capanna
circolare, su barraccu o sa pinnetta, formata da un basso
muro di pietra e da una copertura lignea e da su meriagu, un
ristretto spazio all'obra di alberi alti o di cespugli, oppure a
ridosso di una roccia, per consentire al bestiame un pò di
refrigerio nei mesi estivi. |
| Qualche volta i pastori costruivano una specie
di terrazzo aereo su palafitta o appoggiato a biforcazioni di due o tre
alberi vicini per costituire un ripiano, su stassu, sul quale
dormivano o riponevano le provviste alimentari ed il formaggio che
asciugava al riparo dalla polvere e dagli animali , come cani e volpi, canis
e marxanis. |
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Quando si abbandonava l'ovile stabile, si costruiva con
frascame un ricovero improvvisato all'aperto per ricoverare le pecore la
notte, su passiàli. Gli ovili dei capri erano più complessi.
Oltre al recinto, alla capanna ed al ripostiglio, si organizzavano altri
ripari: su aili, un ricovero separato per i capretti che ancora non
pascolavano; su sebeadorxu il locale per l'allattamento e per la
separazione dei lattanti; sa cirra o sa cerìna, che era un
più ampio recinto intorno all'ovile per racchiudere tutto il complesso
dei locali pastorali e per favorire l'affiatamento delle capre di
provenienza diversa. |
| Dopo la mungitura, il latte ancora tiepido
veniva versato dal secchio di lamiera, s'allàuna de mùlliri, in
una grande caldaia di rame stagnato, su caddarxu, dove si
provvedeva alla cagliatura usando le sostanze coagulanti aqua de callu,
contenute nell'abomaso del capretto, callu de crabittu, che è il
quarto stomaco dei ruminanti e che, quando è ancora fresco, è
considerato una vera e propria ghiottoneria. |
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Anche il corredo dell'ovile era semplicissimo e povero: una
forcella di olivastro o di corbezzolo per piano d'appoggio sulla caldaia, sa
furcidda; un bastone con un pezzo circolare di sughero all'estremità
per mestolo, su mùrigu; le fiscelle per dare forma alla pasta già
coagulata , discus o aiscus po fai su casu, stampi di legno
di castagno acquistati dai girovaghi mercanti di Desulo; tre pietre per
appoggiare a mò di treppiede la caldaia sul fuoco; qualche coltello; la
roncola, sa càvana; il tagliere di legno, su talleri, per
deporre le carni cotte; sa tasca la sacca di pelle a zaino, e
infine la bisaccia ampia di pelo di capra sa bertula 'e pilu 'e craba,
che si tesseva a Talana nel
telaio verticale antichissimo. |
| In epoca recente si preferiva confezionare su
casu orromanu, che era pecorino o anche caprino di tipo romano, richiesto
dagli industriali caseari del Lazio fin dagli inizi di questo secolo. Di
solito si confezionava il cosidetto Fiore Sardo con la pasta cruda, detto
fiore per la decorazione in bassorilievo nello stampo di un fiore
stilizzato, che appariva sulla superficie piatta della forma. |
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Negli ultimi tempi si preferiva il semicotto; gradito al
gusto dei consumatori. Per il consumo familiare si preparava qualche volta
su casu murigau, pasta tenera di formaggio non ancora immessa nello
stampo, raccolta sgocciolante col mestolo dalla caldaia e consumata in
giornata. Per le feste pasquali si confezionava su casu schidoni,
piccole schiacciate rotonde di formaggio fresco bruciacchiato e alla
fiamma; d'estate, quando la produzione era ridotta al minimo, si preferiva
su casu in filixi, latte quagliato e disposto su un panno bianco di
lino, a strati, alternati da fresche felci aromatiche e poi raccolto
legando le cocche del telo e fatto sgocciolare al fresco per impregnarsi
del profumo muschiato delle felci. |
| Quasi quotidianamente il pasto dei pastori era
costituito da una ciotola di quagliato, su calladèddu, leggero e
rinfrescante; nella stagione della figliatura si assaggiava il latte
colostro confezionato in due versioni: sa casàda e su latti
cottu con le quali venivano evidenziate le proprietà nutritive del
giallo latte vischioso e grasso. Quasi ogni giorno si preparava su
cas'ascedu, il formaggio fatto inacidire dopo la cagliata e dopo
essere stato affettato in blocchi consistenti. |
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Se non veniva adoperato in giornata si lasciava rapprendere
e si salava, trasformandolo così in casu de fitta o casu 'e
murxa, che era conservato a lungo entro tinozze di castagno, is
cubidinas, o vasche di pietra, in una salamoia liquida, sa murxa,
dove durava per mesi ed era assai apprezzato come rustico condimento delle
minestre o per il ripieno degli agnolotti paesani ovali, chiusi a
spighetta a punta a punta, detti is culurxonis, con la sfoglia di
semola di grano duro e col ripieno a base anche di patate lessate
schiacciate e mischiate a casu e murxa, strutto, aglio, sale, pepe
e olio: un piatto considerato la specialità di Esterzili. |
| Si produceva anche la ricotta, s'arrescottu,
che spesso si salava e si affumicava per consumarla come companatico, arrescottu
saliu e affumiau o come condimento dei poveri. La ricotta fresca era
preferita e, in certi periodi, si trasformava in farrussu,
raccogliendola calda dal siero bollente senza farla sgocciolare e
mangiandola fredda, possibilmente dopo qualche ora che era stata
conservata in su caiddu, nel contenitore di sughero. Il siero della
lavorazione del latte in genere non veniva sfruttato, ma si dava in pasto
ai cani ed ai maiali che convivevano intorno all'ovile. |
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Ad Esterzili si allevavano anche i suini allo stato brado,
is porcus de monti, lasciati liberi al pascolo e d'autunno ingrassati con
le ghiande delle foreste, su landi. Il porcaro che li
sorvegliava costruiva un rozzo e minuscolo edificio in pietra e frasche,
su suili, dove raccoglieva i maiali in certe circostanze, per paura dei
ladri o per ripararli dal freddo. |
| I maiali tenuti in paese per l'ingrasso, is
porcus mannalissus, erano legati con una catena, sa cadena, ad
un robusto anello stretto attorno alla zampa, su grilloni e, per non
scavare col muro nel piccolo spazio del cortile domestico, portavano,
infisso nel grugno un pezzo di fil di ferro a cerchio, con le estremità
arrotondate: questo crudele congegno li sconsigliava di affondare il muso
per terra. Il maiale ingrassato si macellava alla fine di dicembre o
ai primi di gennaio, in una specie di festa barbarica, durante la quale la
bestia veniva affettata, messa a terra, impastoiata, imbavagliata e
scannata. Poi col fuoco di cespugli aromatici veniva strinata, poi lavata,
sventrata, squartata e ripulita per ricavarne carne, lardo, strutto,
pancetta su sùmini, testa in cassetta, prosciutti di coscia e di
spalla, salsicce, guanciali, carne marinata, pezza cunfittàda nel
vino aspretto, sanguinaci dolci e perfino carne affumicata. Queste
provviste grasse assicuravano il condimento per tutto l'anno e servivano a
rendere meno squallido il quadro alimentare di una popolazione che si
contentava di poco. |
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